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«Diesel»
«Benetthon»
«Medianet»
«Coconuda»
«Millennium»
«Mirò»
«Password»
«Alimentari Ruggiero»
«Agenzia matrimoniale…»…
…Su quest’ultima insegna si fermò l’attenzione di Marco, che non poté fare a meno di richiamare alla mente i suoi problemi coniugali, e di incolparsi per le incomprensioni con la moglie. Sentì un nodo stringergli la gola e continuò la sua passeggiata. Senza una meta precisa svoltò a sinistra verso via Diaz e da qui verso il Corso.
«Drogheria»
«Macelleria»
«Stuzzicheria»
«Profumeria -intimo donna-»
«Caffè Verdi»
«Tergesteo»
«Caffè degli Specchi»
«Ornamentalia»…
…Incuriosito dal nome del negozio si fermò ad osservarne attentamente la vetrina; vi erano esposte pietre preziose di ogni genere, diamanti, rubini, zaffiri, collane ed anelli d’oro, spille d’argento, e nel retrobottega delle tele che attirarono la sua attenzione. Il suo occhio esperto scivolò prima su un Ulisse con una cetra su uno sfondo oltremarino (per un istante gli sembrò di percepire l’indistinto sibilo delle onde) che lo fissava con il suo occhio disincantato; poi su una Maternità ed infine su una Penelope. Lo sguardo della fanciulla sulla tela suscitava in lui impressioni non lontane, a cui tentava invano di dare una forma. Quegli occhi, quel viso, quei capelli, quella posa a metà tra la realtà e l’illusione facevano riemergere in lui impressioni lontane che cercavano una forma, una materialità che si dissolveva appena tentava di imprigionarla nei canoni comuni della sua esperienza di vita. Da uno sgabuzzino uscì un uomo, allampanato, con i capelli crespi, il viso affilato e gli occhiali, che senza curarsi di lui spostò uno sgabello in un angolo della bottega, dove c’era un’altra tela velata da un lenzuolo di lino. Con cura tolse il velo, prese i pennelli, li inzaccherò di colore e poco alla volta prese volume il corpo d’un bimbo. …
…Turbato il signor Rossi riprese a passeggiare; lungo la strada, sull’asfalto viscido scivolava davanti a lui una fiumana interminabile di uomini e donne, con cui sentiva di non avere nessun legame. Mozziconi di frasi giungevano a lui senza assumere nessun significato, nella gelida consapevolezza che nessuno aveva risposte ai suoi dubbi, alle sue mille domande. Non aveva mai avuto fiducia nei suoi simili, ed era troppo tardi per incominciare ad averne; qualcosa forse di deforme e misterioso che si celava nel più fondo del suo cuore li spaventava, li allontanava, glieli faceva sentire estranei, esseri incomprensibili. Nella sua natura si annidava qualcosa che lo rendeva diverso, e con ostinazione andava alla ricerca dentro di sé della causa inconoscibile del suo malessere.
Giunse ad un incrocio; svoltò a sinistra per via Filangieri verso casa; via via che proseguiva gli edifici diventavano più radi, e la natura con la sua forza selvaggia invadeva lo spazio che precedentemente era occupato da caffè, bar e negozi. Percepiva nella sera l’odore degli agrumi, dei ciliegi, degli alberi di fico. «Già…», pensò, «com’è dolce il frutto del fico, come labbra melate!». Questo pensiero lo fece arrossire, perché lo associò inconsciamente a tutti i significati che quel frutto proibito aveva nella cultura popolare; ciò fece balenare, a poco a poco nella sua mente l’immagine della giovane di poche sere prima che aveva desiderato ardentemente di possedere. Quanto più si ostinava a scacciarla dai suoi pensieri più questa vi si insinuava, più prendeva forma contro la sua volontà. Gli occhi di brace della Penelope, l’odore della terra, il bisogno estremo di fugare le ansie e i dolori, di ritrovare l’antica pienezza si confondevano con la voluttà del sorriso di quella creatura senza nome, che in quel momento invadeva ogni cosa. Il pallido colore della luna che sorgeva nella castità del cielo notturno richiamavano in lui il colore della sua pelle, la sinuosità delle sue forme, che come corrente placida inondava il suo essere diffondendo nel suo corpo un senso di benessere e vigore inaspettato. Che cosa avrebbe dato per succhiare da quelle morbide labbra quel fiore di giovinezza, per cogliere quella rosa di freschezza che invadeva la sua vita ora che si avvicinava sempre più alla soglia di un’età di non ritorno? Giorno per giorno i suoi capelli ingrigivano, il suo corpo diventava meno veloce ed agile nei movimenti, il suo sguardo perdeva la lucentezza ed il nitore di una volta; ciò che aveva più temuto, inesorabilmente si avvicinava e sentiva che impercettibilmente la vita lo abbandonava. Era stanco di affannarsi, di lottare, e lasciava che gli eventi facessero il loro corso. Ed ecco ora che credeva che tutto fosse perso, che per lui non ci fosse più speranza, una ninfa venuta chissà da dove rischiarava la sua scialba esistenza, dandogli una ragione per illudersi e sognare che il domani non fosse fatto solo per l’alternarsi della luce e delle tenebre, ma per amare ancora!…
…Ma cosa avrebbe pensato Clara, se l’avesse saputo? Avrebbe distrutto in pochi istanti anni di stima, affetto,…amore! Cosa sarebbe rimasto del marito fedele, del padre ideale? Per venti anni era stato tutto ciò che aveva più odiato: conformista, ligio alla famiglia ed ai doveri, ed aveva represso la sua natura insofferente delle regole. Era stato un vigliacco, aveva sempre temuto di trasgredire per paura dell’irreparabile, ed ora che il destino gli offriva qualcosa di autentico, vi avrebbe dovuto rinunciare? Assuefatto com’era ad inibire le proprie aspirazioni, a controllare i propri sentimenti, non gli sarebbe stato difficile, ma una volontà nuova lo spingeva per la prima volta a ribellarsi. Un mondo sconosciuto si profilava davanti a lui, ed il miraggio di orizzonti mai varcati gli infondeva la forza necessaria per fugare i propri timori e per relegare in un angolo nascosto del proprio cuore tutte le ansie che per anni lo avevano animato. Al pensiero delle braccia esili di quel giovane fiore, la vita gli appariva come un sentiero assolato di iridescenze, di armonie, concordanze che facevano fremere la sua anima spenta.
Ma come avrebbe fatto a conquistarla?! In fondo non era esperto nell’arte del corteggiamento, o comunque abituato a soddisfare i propri impulsi attraverso il vincolo del matrimonio, lo aveva dimenticato. Con quali parole, frasi, gesti avrebbe strappato a quella creatura eterea e carnale un fragile dono d’amore? Questo nuovo dubbio l’assillava. Incominciò a dubitare di se stesso, e a pensare che in fondo lei sarebbe rimasta per sempre tra i suoi desideri mai appagati, un sogno bello quanto irrealizzabile. A questo pensiero crebbe a dismisura il magone dentro di lui, e le ombre delle case sulla strada che stava risalendo sembravano mutarsi in giganteschi mostri che tentavano di ghermirlo, quando nell’oscurità fonda della notte intravide la sagoma oscura della sua casa, che lo riportò alla dimensione reale.
Quella notte Marco attese, a lungo, alla finestra che la ninfa dei suoi sogni notturni apparisse e disvelasse il suo velo di mistero ed accettasse dalle sue mani tremanti la sua candida offerta d’amore. Il canto del grillo si diffondeva con la sua melodia malinconica nell’aria notturna al riflesso della placida luna che bagnava con i suoi fasci di luce argentea la veranda del vicino, ma lei non c’era. Un vuoto di solitudine, sconforto, delusione, desolazione si insinuava dentro di lui, ed avrebbe voluto accordare la sua voce al ritmo di tutte le cose per richiamare la sua dea serotina dalla sua assenza. Così l’attese per molti giorni e notti, ma la misteriosa creatura sembrava essersi dissolta nel nulla, finché una notte in casa notò tra lo sciame di foglie del pergolato una figura che si muoveva; distinse il balenio scintillante del suo sorriso e l’agilità dei suoi movimenti, e sentì il cuore sussultare come se il momento tanto atteso fosse giunto. Percepì il suo profumo che si mescolava a quello della terra e vide le sue forme prendere volume tra gli sciacqui dell’acqua e folli risate.
« Ti attendo da troppo tempo, …perché esiti ancora? »
Queste parole inattese gli giunsero all’orecchio con il fruscio delle fronde degli alberi e sentì il sangue agitarsi nelle vene in un misto di esitazione e smarrimento.
«Allora?!»
Sentì il cuore battergli più forte, all’impazzata come se fosse lui ora a regolare il ritmo dell’universo e a dare un senso a tutte le cose. Quando le fu di fronte, al contatto del suo corpo, alla fioca luce di una lampada, quando sentì il suo viso di giglio, di perla nera, tra le sue mani, quasi sentì il respiro mancargli. Ad ogni atto, allo sfiorarsi, al mescolarsi dei loro corpi nudi, in un amplesso senza fine di abbracci, carezze, baci, sentiva il suo sangue, l’essenza stessa della sua vita, il piacere più puro e sublime rifluire nel suo, fondersi con la terra, con il brivido delle foglie nel primo mattino, con l’onda piena del mare che si infrangeva sulla scogliera, con il fiato delle stelle che imperlavano il cielo. Sfinirono i loro corpi nell’ansia estrema di partecipare l’uno al piacere dell’altro e quando avvertirono la pienezza del loro essere si abbandonarono ad un benefico sonno.
Quando Marco si svegliò il sole era già alto, e penetrava tra le foglie del pergolato; vide il corpo di Elena bagnarsi di luce; ascoltò i suoi silenzi e per la prima volta capì di aver amato; quella donna gli apparteneva, e lui apparteneva a lei, erano ritmi diversi della stessa melodia, voci che procedevano all’unisono, battiti della stessa anima. Come avrebbe fatto ora a lasciarla, a dirle addio? Sapeva che l’intensità delle emozioni che avevano provato era qualcosa di irripetibile e che al contatto con la banalità della quotidianità la magia che li aveva uniti avrebbe perso il suo fascino. Perché chiedere alla vita ciò che allora non era possibile e distruggere l’incanto di un momento così bello? Lei sarebbe stata per sempre l’unico, vero, inimitabile amore di tutta la sua breve esistenza, l’unica donna in cui aveva trovato qualcosa di se stesso, un frammento del suo essere!





