Riflessioni al negativo sull’esistenza specchio d’un comune smarrimento

«Non so né chi sono né cosa cerco nella vita, né ho la presunzione di essere autore». Sono queste le parole di Francesco Capaldo che precedono il primo racconto di “Narciso” (Ippogrifo), che lo stesso narratore ha affermato essere stato scritto “per sfuggire ai morsi dei calabroni nelle sere d’estate, nel tentativo estremo di trovare nell’assurdo dell’esistenza delle verità possibili”. A collegare i molteplici racconti di cui il libro si compone, è la ricerca della ragione del proprio essere, di quel quid smarrito chissà dove e quando, dell’identità perduta, il tutto nella consapevolezza che ogni singolo istante porta inevitabilmente via con sé un granello della propria esistenza. Partenze, ritorni, deliri, rivelazioni e monologhi sono le diverse espressioni di una medesima angoscia esistenziale, comune denominatore dei molteplici brani, che incalzanti si susseguono creando una sorta di discorso unitario, strutturato con una tale maestria da prestarsi a qualsiasi interpretazione il lettore voglia attribuire ad esso. Le esperienze e le sensazioni dei protagonisti sembrano delineare un iter esistenziale caratterizzato da un fase giovanile di incoscienza e di conseguente felicità, da un successivo periodo di ricerca e di fiducioso abbandono al futuro che deve necessariamente lasciare il passo ad un’epoca di certezze e di maturità, causa scatenante di inquietudini e frustrazioni. «Le cause del malessere esistenziale possono essere le più disparate» – asserisce l’autore, che prosegue affermando – «È tuttavia inevitabile che, nel corso della propria esistenza, l’uomo percepisca quella negatività insita nella stessa natura che lo circonda, arrendendosi solo a quel punto, all’idea di non essere altro che una foglia dell’eternità smarrita nel grigio deserto dell’esistenza».

Gloria Greco (da “Roma”, 25 agosto 206)

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